Nancy Van de Ven: “Bello il campionato italiano, c’è pure il montepremi…”
L’olandese, per la terza stagione in gara nel tricolore Femminile, si racconta: “Faccio l’estetista perché solo di motocross non si vive”

Castellarano – Olandese, 25 anni il prossimo novembre, Nancy Van de Ven è una delle crossiste più forti di sempre. Forse la più forte in assoluto a non aver ancora vinto un titolo mondiale.
Cresciuta a pane e motocross (il fratello Rinus correva già quando lei è nata), da tre stagioni Nancy difende i colori di team italiani e dal 2021 è con il Ceres71, che le mette a disposizione una Yamaha e la guida tecnica di Chicco Chiodi. Van de Ven, quindi, partecipa anche al campionato italiano Prestige femminile e lo fa volentieri, perché, usando le sue stesse parole: “qui è bello e si può anche vincere qualche soldo”.
Nancy, come hai scoperto la passione per il motocross?
“Mio fratello Rinus è un ex pilota dei GP. Lui ha 10 anni più di me e correva già quando sono nata. Quando vieni su in un contesto del genere, tutto quello che vuoi fare è salire su una moto”.
Quando hai iniziato a correre?
“A 7 anni ho avuto la mia prima moto, ma all’inizio la famiglia era concentrata su mio fratello, che correva ad alti livelli, e io andavo in moto più o meno una volta al mese. Poi nel 2010 Rinus ha avuto un brutto infortunio e si è ritirato e io ho iniziato a correre il campionato olandese, che ho vinto nel 2011”.
Ed è stato lì che hai capito che potevi diventare una professionista?
“Una professionista è una persona che viene pagata per correre. Io nel 2011 avevo 13 anni, a quell’età correvo ancora solo per divertimento. Quando ho iniziato a fare il mondiale, allora ho capito che il motocross poteva essere il mio futuro”.

Nella tua carriera hai vinto molto, ma ti manca ancora il titolo mondiale. E in almeno un paio di occasioni ti è sfuggito veramente per un soffio, un po’ come un calciatore che perde per due volte ai rigori la finale di coppa del mondo. Come hai superato delle delusioni così forti?
“Io dico sempre che è meglio arrivare quarti piuttosto che secondi come è successo a me. Intendiamoci, sono stata vice campionessa cinque volte e in alcuni casi sono stata contenta, perché erano secondi posti di cui andare fieri. Ma quando arrivi così vicina a vincere, la sconfitta fa veramente male. Ricordo che nel 2017, quando ho perso il campionato all’ultimo giro dell’ultima manche, sono rimasta chiusa in casa a piangere per tipo un mese. Però, se il tuo sogno è essere campionessa del mondo, alla fine riparti, cambi qualcosa e ci riprovi. Ormai sono arrivata seconda tante volte, ma dentro di me so di poter vincere un titolo mondiale. Non ne voglio cinque, me ne basta uno solo. E continuerò a lavorare finché non ci riuscirò”.
Quando arrivi così vicina alla vittoria, sono i particolari che fanno la differenza. Chissà quante volte avrai pensato a quella piccola cosa che ha cambiato completamente la storia…
“Sì, ma ci sono delle cose che non puoi cambiare da sola. Oggi sono in un grande team, mentre prima facevo tutto in famiglia: oltre alle gare e agli allenamenti, bisognava pensare alla moto, alle trasferte, al budget per affrontare la stagione. Ed eravamo solo io, i miei genitori e mio fratello. Era dura, veramente dura. Adesso invece c’è il team Ceres71 che organizza tutto al 100%, mi toglie tanto stress e mi permette di concentrare le energie solo sul lavoro in pista. È stato un grande passo avanti per me, anche perché forse non tutti sanno che durante la settimana io faccio anche un altro lavoro”.
Ah, sì?
“Ho un salone di bellezza e in particolare mi occupo di ciglia e sopracciglia. Incastro gli impegni di lavoro con gli allenamenti e spesso devo rinunciare a fare delle cose che mi piacerebbero perché devo lavorare. Col motocross non guadagno abbastanza per vivere”.
E questo dovrebbe far riflettere su tante cose. Anche se il motocross femminile in questi ultimi anni è cresciuto veramente tanto. Sei d’accordo?
“Sì, il motocross femminile sta diventando sempre più conosciuto. Spesso incontro ragazze che mi seguono e mi dicono che vorrebbero correre anche loro. Forse è perché oggi è più facile trovare notizie, foto o video di motocross e quindi le ragazze lo vedono e pensano ‘ok, voglio provare anch’io’”.

Hai già parlato del team Ceres71 e hai detto che ti aiuta molto. Come ti trovi con la tua compagna Giorgia Blasigh?
“Molto bene, è una brava ragazza e anche la sua famiglia è molto amichevole. C’è un bell’ambiente nel team perché stiamo bene tutti insieme, mentre l’anno scorso era un po’ diverso. Quest’inverno sono venuta un po’ di giorni in Italia per dei test, lo farò di nuovo a luglio e quando vengo qui sto con Giorgia. Abbiamo un appartamento che ci mette a disposizione il team, andiamo in pista insieme e lavoriamo insieme con Chicco (Chiodi ndr) e con i meccanici”.
Qual è la tua pista preferita in Italia?
“Penso Mantova”.
È molto diverso l’allenamento di una crossista donna rispetto a un uomo?
“Sì. Quando ho iniziato a correre seriamente in moto, la prima cosa che hanno fatto i miei genitori è stata mandarmi da un dottore per fare un piano d’allenamento mirato. Lui mi ha spiegato che una donna non deve allenarsi come un uomo, altrimenti non fa altro che indebolirsi. Così ho il dottore che mi segue e un preparatore atletico che ogni giorno mi chiede come mi sento e, in base a quello, fissa il piano d’allenamento. Mi alleno sei o sette giorni a settimana, ma vado in moto solo due volte: di solito il mercoledì e un giorno del weekend”.
In Olanda ci sono tanti crossisti fortissimi, sia nel maschile che nel femminile, e un ex pilota come Marc De Reuver ha pubblicato addirittura una sua biografia. Qui in Italia una cosa del genere la puoi fare solo se ti chiami Antonio Cairoli. Significa che il motocross è uno sport molto popolare da voi.
“Non sono d’accordo. Da quello che vedo io, in Italia Tony è una leggenda, tutti lo conoscono, se va al supermercato di sicuro trova gente che lo ferma. Invece in Olanda se chiedi a dieci persone chi è Jeffrey Herlings, forse ti rispondono in due. Però se metti Max Verstappen in uno stadio con 100mila persone, non c’è uno che non lo conosce”.

Pensa che invece in Italia la gente dice che in Olanda il motocross è uno sport molto seguito e che Jeffrey Herlings è una vera star.
“Quando Jeffrey vince un gran premio, la tv nazionale o i giornali pubblicano due parole tipo ‘Jeffrey Herlings ha vinto il gran premio’ e basta. Quando vinco io, non ne parlano proprio. Quindi no, il motocross in Olanda non è così famoso come pensate”.
Allora siete sulla stessa barca di noi italiani… E a proposito, che ne pensi del campionato italiano femminile?
“Mi piace, è un bel campionato. C’è molta differenza tra le prime e le ultime della classifica, ma il cancelletto è sempre pieno e ci sono tante ragazze che vengono a correre tutte le gare. E un altro aspetto importante è che c’è il montepremi. Non sono molti soldi, ma è già qualcosa. Soprattutto se pensi che al mondiale quando vinci un gran premio non ti danno niente”.
Quest’anno stai partecipando anche al campionato Eskootr, cioè una specie di mondiale per monopattini elettrici. Di cosa si tratta?
“Sono dei mezzi preparati apposta per le gare, hanno una batteria molto potente e superano i 100 all’ora di velocità. È un vero campionato del mondo, è il primo anno che esiste e stanno provando a fare una competizione che metta sullo stesso piano gli uomini e le donne, perché ovviamente l’Eskootr non richiede lo stesso sforzo fisico di una moto da cross. Finora ho fatto solo dei test ed è stato super divertente, correrò la mia prima gara a metà luglio a Genova”.
E forse ti pagheranno di più che nel motocross…
“Molto di più. Mi pagano per partecipare e in più ci sono dei bonus se ottengo un buon risultato. Probabilmente guadagnerò di più in un weekend di Eskootr che in un’intera stagione di motocross, tra l’altro rischiando molto meno”.
E allora che ne pensi del motocross elettrico?
“No, quello non fa per me. Quando si correrà col motocross elettrico, io smetterò di correre”.
Alessandro Castellani

